voto: 8
Inizia con il cerimoniale di “Auto-Rock l’attesissimo quinto album in studio dei Mogwai, una marcia epica, un lento crescendo ricco di pathos che evoca fascinazioni orientali fra i feedback e il pianoforte di Barry Burns (sempre più protagonista nell’economia del gruppo). Tanta solennità è però destinata ad essere spazzata via dalla terrificante “Glasgow Mega-Snake”, cavalcata furiosa e sintesi della potenza (e del volume, posso garantire) che i Mogwai esprimono dal vivo nei momenti più hardcore.
Interrompe la serie strumentale “Acid Food”, una versione luminosa di “Cody”, che compensa un drumbeat brutto e asettico con il perfetto intreccio di vocoder e slide guitar. “Travel is Dangerous” è un volo per due chitarre perfettamente regolato dalla caratteristica batteria zoppicante di Martin Bulloch, mentre il picking impazzito di Braithwaite qui ricorda lo stile il Jonny Greenwood dei tempi di “The Bends”.
La leggerezza di “Team Handed” permette di riprendere fiato, prima che inizi quasi sommessamente “Friend Of the Night”, il primo singolo estratto. L’amico notturno si libera fra le complesse stratificazioni di feedback e pianoforte verso il bellissimo climax finale. Tanta raffinatezza conserva però una melodia amichevole, altro segreto della band scozzese, che dietro l’apparente complessità conserva un talento melodico assolutamente superiore alla media.
“Emergency Trap è forse l’episodio meno riuscito, riscattato però subito da “Folk Death 95″ , forse la traccia più complessa e affascinante del disco. Partendo da “Ratts Of The Capital”, una delle migliori canzonii del penultimo “Happy Songs…” “Folk Death” ne sviluppa i riff in direzioni diverse e contorte fino alla violentissima parentesi distorta.
Ritroviamo le visioni orientali della prima traccia nella struggente “I Chose Horses”, dove un delicatissimo tappeto sonoro fatto di archi, piccoli campionamenti volutamente incerti e un timido vocoder fanno da sfondo ai versi di Tetsuya Fukagawa, cantante della band hardcore giapponese degli Envy. Non c’è tregua però, e il riposo e la pace interiore di “I Chose Horses” in questo finale svaniscono sotto i faticosi passi slowcore di “We’re No Here”.
“Mr. Beast” è sicuramente il disco più spigoloso e asciutto della band scozzese. Un lavoro breve (meno di 50 minuti) e forse meno introspettivo, ma ugualmente prezioso e raffinato che conferma i Mogwai come leader della scena post-rock.
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